Io mentore di due ragazzi immigrati e la sfida per la loro integrazione

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Rino Canzoneri

Da Il Mediterraneo24

Palermo – Quando nel 2016-2017 vedevamo in Tv i barconi che un giorno sì ed uno no affondavano, facendo anche centinaia di vittime, ci si chiedeva, almeno da parte di alcuni, ed io tra questi, cosa fare per queste persone, per dare loro una mano di aiuto. Dopo tante riflessioni, individuai quello che sentivo di fare e per cui potevo spendermi: essere di aiuto a chi riusciva a salvarsi da quella carneficina, soprattutto ai minori stranieri non accompagnati (msna, li chiamano così in sigla), la parte più debole di questo universo. Difendere, proteggere e aiutare ad integrarsi ragazzini soli, impauriti e senza alcun punto di riferimento in una terra straniera dove non conoscevano nemmeno la lingua. Frequentai un corso per tutore volontario. Speratolo, venni iscritto all’albo del Tribunale dei minorenni di Palermo e iniziai questa esperienza, che ancora continua.

La mia esperienza da mentore

Ma ora voglio parlare di un’altra mia esperienza: quella di mentore, per conto di Refugees Welcome, di ragazzi neomaggiorenni in cerca di autonomia, integrazione, di un futuro. Un’altra emergenza perché questi ragazzi, usciti dalle comunità che li accolgono, perdono quel minimo indispensabile (vitto, alloggio, la paghetta e qualche vestito) che avevano e rischiano di finire per strada, prede di bande criminali, con un futuro tutto da inventare, da costruire in un mondo quasi sempre a loro avverso.

Per adesso sono mentore di tre ragazzi, di cui uno assegnatomi una settimana fa. Troppo presto per dire qualcosa di concreto di quest’ultimo. Parlerò invece dell’esperienza con i primi due che dura ormai da un anno. E lo faccio per raccontare una storia concreta, per far conoscere un po’ a cosa va incontro chi vuole intraprendere questo percorso, per spiegare come funziona.

I miei due ragazzi

I ragazzi di cui mi occupo si chiamano Lamin e Mohamed, ventunenni, entrambi del Gambia, sono sbarcati il primo ad Augusta e l’altro Lampedusa cinque anni fa e si sono trovati in una stessa comunità a Palermo. Si erano messi in viaggio quando avevano sedici anni. A Lamin è andata meglio perché ha impiegato un mese, Mohamed ci ha invece messo due anni per raggiungere le coste siciliane e ha fatto anche l’esperienza delle prigioni libiche.

Sono ragazzi con fisico da modelli, alti, magri, di temperamento mite, discreti, non fanno mai casino, fanno una vita morigerata e ritirata, non hanno alcun vizio. Entrambi hanno conseguito la licenza media e imparato la nostra lingua, non benissimo, ma si fanno capire e comprendono quello che gli si dice. Lamin ha fatto un corso professionale durato tre anni ed ha conseguito la qualifica di operatore elettrico, Mohamed ha invece scelto di lavorare da subito in una falegnameria.

In comunità sono diventati amici, condividevano la stessa stanza e andavano molto d’accordo. Nella primavera del 2021 hanno concluso il loro ciclo nella struttura che li accoglieva ed hanno dovuto lasciarla.

Refugees Welcome mi fece incontrare Lamin, ci siamo conosciuti e abbiamo deciso di fare questa esperienza insieme. Tutto cominciò così. Mohamed era con lui e aveva gli stessi problemi. Che facevo, mi occupavo di uno e l’altro lo ignoravo? Decisi di “prenderli in carico” tutti e due. Ricordo che Mohamed era impaurito e preoccupato perché stava per uscire dalla comunità e non aveva ancora un posto dove andare. Temeva di finire per strada. Non ci dormiva la notte. Cercai di rassicurarlo: “Risolveremo tutto e avrai una casa dove stare”, gli dissi più volte, ma non so sino a che punto riuscivo a tranquillizzarlo.

La ricerca di una casa

Il primo obiettivo era quindi quello di trovare una casa ad entrambi, cosa non facile perché i proprietari non si fidano della gente di colore. Iniziai la ricerca senza successo. Poi proposi la cosa ad un mio amico che abita nel mio stesso palazzo, vive da solo ed ha un appartamento grande. “Ci penserò”, mi disse.

Nel frattempo con la referente della comunità dove si trovavano, abbiamo contattato il Comune che ha una misura con la quale può intervenire per pagare l’affitto dei migranti in difficoltà. Superati alcuni intoppi burocratici e dopo due incontri, arrivò il via libera. Pagavano un anno di affitto, utenze comprese, sino al 90 per cento dell’importo. Tornai alla carica dal mio amico che, dopo le mie assicurazioni sull’affidabilità dei ragazzi, accettò di accoglierli. Gli dava una grande stanza comoda e ben arredata con annessi cucina e bagno. I ragazzi la videro e ne furono contenti. Alfredo, il mio amico, gli fece il contratto e loro trasferirono la residenza nella nuova abitazione. Pagano 17 euro al mese ciascuno, al resto pensa il Comune.

Un lavoro per Lamin

Risolto questo problema l’obiettivo restava quello di trovargli un’occupazione. Iniziai per Lamin (Mohamed stava lavorando) una ricerca presso amici e conoscenti con scarso successo, poi una persona con cui avevo parlato mi segnalò un imprenditore che poteva esserci di aiuto. Lo contattai e, dopo due incontri e tante assicurazioni che gli diedi sulla bontà e volontà del ragazzo, arrivò il suo sì. Un lavoro generico, duro, dalla mattina alla sera per poco più di 500 euro al mese. Ma bisognava stringere i denti per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno per cui servono un reddito di almeno 500 euro al mese, un contratto di lavoro e la busta paga e lui aveva tutto questo. Lamin fece la sua parte sino in fondo senza tirarsi indietro.

Poco prima di ottenere questo documento, un imprenditore – Toni Porzio, titolare della Sieci Impianti tecnologici – si rivolse alla scuola del ragazzo. Cercava due giovani appena qualificati. Li avrebbe presi con tirocinio retribuito a 600 euro al mese. Vennero selezionati in sette. Pensavo che Lamin non superasse i colloqui a cui doveva essere sottoposto, anche perché partiva svantaggiato; non parlava bene la nostra lingua, era molto timido ed era nero. Precedentemente un mio amico titolare di un’impresa edile mi aveva detto di non poterlo assumere, perché le persone dove andava a fare le ristrutturazioni avevano paura che gli stranieri poi avrebbero fatto o organizzato dei furti in casa.

Nel frattempo parlai con l’imprenditore che si era rivolto alla scuola decantandogli le virtù del mio ragazzo e la grande necessità che aveva di lavorare. Siamo entrati in sintonia e ci facemmo simpatia. Alla fine fu uno dei due ad essere scelto.

Ed ora Lamin è felice di fare questa esperienza. Sta imparando il mestiere per cui ha studiato: riparare ascensori, citofoni, cancelli elettrici, autoclavi e tanto altro. L’imprenditore è pure contento sia del suo modo di comportarsi, della sua affidabilità che della sua professionalità che cresce di giorno in giorno. E quando lo chiamai per sapere come andava disse: “Quando concluderà il tirocinio penso di assumerlo”.

Sentii una grande gioia dentro di me, che non saprei descrivere. Lamin, ormai aveva la sua indipendenza, la sua autonomia, stava costruendo il suo futuro. Non aveva più bisogno di umiliarsi con nessuno. Semmai domani, altri avranno bisogno di lui.

Un altro lavoro per Mohamed

Mohamed, come dicevo, quando lo conobbi lavorava in una falegnameria, ma ci stava male. La pandemia aveva fiaccato economicamente l’imprenditore dove lavorava. I pagamenti arrivavano in ritardo e non sempre nella quantità concordata. E il clima tra i due divenne teso fino al punto che il ragazzo, che non ce la faceva più, decise di licenziarsi.

Anche per lui iniziai la ricerca di un lavoro. Bisognava fare presto, anche perché aveva il permesso di soggiorno in scadenza. Non si trovava nulla. Poi intercettammo la possibilità di poter fare il lavapiatti in una pizzeria, in sostituzione di un signore che era andato nel suo Paese, in India, e non era riuscito a tornare a causa della pandemia. Un lavoretto precario che gli procurava 30 euro al giorno, ma senza contratto non potevamo rinnovare il permesso di soggiorno.

Avendo casualmente saputo che il suo vecchio datore di lavoro, quello della falegnameria, aveva bisogno di manodopera, lo cercai e gli chiesi di incontrarlo per capire se poteva esserci una nuova possibilità. Ci vedemmo assieme al ragazzo. E riuscendo ad appianare le divergenze che c’erano state, Mohamed ritornò a lavoro con contratto, busta paga e 850 euro al mese. Anche questa era stata fatta. Il ragazzo presentò i documenti per il nuovo permesso di soggiorno che ottenne dopo circa un mese.

La felicità che viene dal donare

Ora i ragazzi hanno entrambi i documenti a posto, una casa comoda dove stare e uno stipendio sia pure minimo che gli consente di andare avanti da soli, stanno acquisendo professionalità che gli darà nuove chance per inserirsi al meglio nel mercato del lavoro. Dopo l’impegno profuso per loro, adesso posso rilassarmi un po’ anch’io, stare tranquillo e felice nel vedere anche loro sereni e sorridere alla vita.

Vanno avanti per conto proprio, ma io sono sempre discretamente dietro di loro, pronto per intervenire in tutte le difficoltà che si dovessero presentare. Loro lo sanno ed anche questo gli dà maggiore tranquillità. Sentono che non sono da soli in una terra straniera e senza famiglia accanto.

Abitando due piani sotto il mio, spesso la sera mi vengono a trovare, per fare qualche fotocopia, per essere aiutati a compilare un modulo, per raccontarmi qualcosa del loro lavoro o per avere qualche consiglio su alcune scelte importanti che devono fare. Mi sento come un piccolo faro che illumina il loro percorso, perché possano andare avanti superando gli ostacoli che si possono presentare, ovviamente per quello che è nelle mie possibilità.

Stamattina Mohamed mi ha telefonato nella sua pausa pranzo. Mi sembrò strano perché di solito mi chiama sempre la sera, quando torna a casa. Gli ho chiesto subito che cosa fosse successo, pensando che avesse qualche problema da sottopormi. “Non è successo niente”, mi ha risposto. “Ti ho chiamato solo per sapere come stavi, per sentirti”. Mi sono emozionato tantissimo.

In foto: Rino Canzoneri con Lamin Sillah e Mohamed Jallow.

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