Mancanze di casa, documenti e lavoro nero: un convegno mette in luce tutte le spine a fianco dei migranti

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La difficile integrazione dei migranti in città, l’avversione verso la loro presenza, l’indifferenza e la solidarietà che pur non viene meno in molti casi. Su tutto questo hanno puntato i riflettori tre associazioni che si occupano di questi temi – “Prima gli ultimi. Nessuno è straniero”, “Di sana pianta” e “Le donne musulmane Fatima” – nel corso di un convegno che si è tenuto ieri a Palermo all’istituto Gonzaga. Per quanto riguarda i disagi – dicono – “in testa a tutti stanno i problemi della casa e del lavoro”.

Niente case in affitto – “Va ripensata – dice Rino Canzoneri, presidente di “Prima gli ultimi. Nessuno è straniero” – una diversa politica dell’accoglienza. Mentre una serie di garanzie e assistenza ci sono per i minori stranieri, questi una volta diventati adulti, ed escono dalle strutture di accoglienza, vengono abbandonati a se stessi”. Nonostante oltre 4 mila case sfitte in città, non si trovano alloggi e quando se ne trova qualcuno alle persone di colore viene opposto un netto rifiuto o non si vogliono fare i contratti di locazione. Di conseguenza non si può avere la residenza né rinnovare il permesso di soggiorno, non si può avere il medico di famiglia e vengono negati una serie di altri diritti.

E allora cosa si può fare per dare delle risposte? “Serve – dice Canzoneri – un intervento legislativo con un preciso regolamento, che passi anche per la creazione di un fondo di garanzia che metta al sicuro l’affitto che devono riscuotere i proprietari”.

Ci sono in città – è stato sottolineato – diversi immobili abbandonati di enti pubblici, Fondazioni, del Demanio, della Curia o confiscati che potrebbero essere riutilizzati. Potrebbero essere assegnati alle associazioni, ce ne sono tante disponibili, per creare housing sociali ed assicurare un tetto e la residenza ai migranti. Questi pagherebbero un affitto calmierato che consentirebbe la gestione e la manutenzione delle case. Si può anche incentivare l’accoglienza a casa con piccoli interventi economici per contenere le spese delle famiglie che ospitano.

Su questo tema è intervenuta Ornella Salerno dell’associazione Di Vento: “Abbiamo costituito un tavolo – ha sottolineato – al quale hanno già aderito una ventina di associazioni che sta elaborando proposte ed iniziative finalizzate a sbloccare almeno in parte questa situazione e a giorni chiederemo anche una riunione al Prefetto”.

Lavoro in nero e sottopagato. L’altro grande problema – proseguono le associazioni è quello del lavoro. “Molta gente non li vuole e li discrimina – è stato detto nel corso del dibattito, ma fanno comodo quando lavorano in nero, vengono sottopagati o pagati per meno ore di quelle che realmente fanno.

Se non ci fossero i migranti, i nostri nonni finirebbero tutti in casa di riposo, molti ristoranti e pizzerie chiuderebbero per mancanza di lavapiatti e tanta frutta e ortaggi resterebbero a marcire nei campi. Un pezzo della nostra società entrerebbe in crisi perché i migranti fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare. Altro che rubare il lavoro agli italiani!


C’è una situazione di palese violazione dei contratti di lavoro che non si vuole vedere e non si vuole fermare. Basterebbero dei controlli per bloccare questo fenomeno e far sì che un lavoratore nero venga trattato come uno bianco. 

“Se si vuole favorire un percorso di integrazione attraverso il lavoro – dice la presidente di “Di sana pianta” Valeria Antinoro – bisognerebbe anche professionalizzare il più possibile questi ragazzi, far imparare loro un mestiere, una professione”. E questo discorso ci riporta alla qualità della formazione professionale regionale che sforna sempre camerieri e parrucchieri e via di questo passo. Una formazione non a passo coi tempi, con una società che cambia continuamente e che richiede nuove figure professionali.

Servizi anagrafici al collasso. Non è più tollerabile quanto sta accadendo in città per avere la carta di identità, la residenza ed altre certificazioni che riguardano la propria posizione anagrafica. Gli appuntamenti vengono dati dopo diversi mesi dalla richiesta e le certificazioni sono come una chimera.

La responsabile del Settore Anagrafe, Alessandra Autore, ammette le difficoltà, attribuendo questo stato di cose alla carenza di personale e lancia una proposta: chiedere la collaborazione per un lavoro preliminare al rilascio dei documenti alle associazioni di volontariato.

Tutti possono fare qualcosa. Andrebbe fatta una campagna non di odio, ma di sensibilizzazione e solidarietà verso le persone più fragili, e quindi anche i migranti. “Tutti – dice il presidente di Prima gli ultimi – possiamo fare qualcosa, dare una mano facendo da tutori volontari, mentori o da famiglie di appoggio mettendo a disposizione la propria esperienza, le proprie conoscenze e competenze e le relazioni di cui disponiamo per favorire il percorso di integrazione di grandi e piccoli”. “E’ il migliore aiuto che si possa dare loro”, dice Alessandra Puglisi, magistrato del tribunale dei minorenni. “Una guida risulta fondamentale nel percorso di integrazione”.

Servono baby parking. Un altro dei grandi problemi è che le donne (in genere senza una famiglia a cui appoggiarsi) non sanno a chi lasciare i bambini quando devono andare a lavorare, soprattutto d‘estate quando le scuole chiudono. Andrebbero creati dei baby parking, magari facendo pagare una piccola quota così da consentire alle mamme di lasciare i bambini e potere andare a lavorare tranquillamente.

Donne musulmane, discriminate due volte. Nell’ambito dei migranti ci sono anche quelli più penalizzati. “Sono le donne musulmane – dice la presidente dell’associazione Fatima Manel Bousselmi – per un ingiustificato fenomeno di islamofobia. Sono donne, persone come tutte le altre con competenze e professionalità, hanno un grande potenziale da spendere nel mondo del lavoro, ma vengono emarginate, escluse perché portano il velo. Ma il velo non cambia niente. Nel nostro Paese veniamo discriminate se non lo portiamo e qui se lo portiamo. Ma noi vogliamo e dobbiamo essere libere di indossarlo o no”.

Il docufilm sull’accoglienza. Gli aspetti dell’integrazione sono stati evidenziati con le testimonianze di tanti ragazzi e delle persone che li hanno accolti e sostenuti in un docufilm del giornalista Rino Canzoneri con la regia di Rosario Neri. Storie di successo grazie al sostegno di persone che non si sono girate dall’altra parte e hanno consentito a tanti migranti di raggiungere obiettivi molto importanti nella società e nel mondo del lavoro.

Gli altri temi trattati. Nel corso del dibattito la responsabile dell’ufficio immigrazione della Regione, Michela Bongiorno, ha annunciato che il prossimo 15 dicembre si terrà a Palermo all’hotel La Torre di Mondello una maxi conferenza regionale dell’immigrazione, da dove dovranno venire idee e suggerimenti per nuovi interventi legislativi.

La conferenza si aprirà con gli interventi del presidente della Regione, Renato Schifani, e dell’assessore regionale alla Famiglia e al Lavoro, Nuccia Albano. Interverranno tra gli altri rappresentanti dei ministeri dell’Interno e del Lavoro e della commissione europea. Saranno affrontati i temi della casa, del lavoro, quelli sanitari, dell’istruzione e della formazione professionale, dei minori stranieri non accompagnati e del contrasto alla tratta, dello sfruttamento lavorativo e delle discriminazioni.

Sono state anche sottolineate le difficoltà dei migranti per quanto riguarda la inadeguatezza dei locali dell’ufficio stranieri della Questura (le persone sono costrette ad aspettare il proprio turno all’aria aperta esposte al vento, al freddo e al sole). La dirigente di questo ufficio Angela Spatola ha replicato dicendo che i locali di cui dispone “non consentono di attendere il turno in un ambiente al chiuso e che le lunghe attese potrebbero essere ridotte notevolmente se le persone convocate si presentassero agli orari previsti e non anche tre o quattro ore prima”.

Per l’avvocato Giorgio Bisagna, esperto di diritto dell’immigrazione, “l’eccessiva burocratizzazione spesso non tiene conto che si tratta di persone, ma solo di fascicoli da evadere, rendendo così la vita molto difficile ai migranti nel rapporto con le istituzioni”.

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